Vite nella Vita

A maggio ho restaurato una vecchia macchina da cucire, come vi ho raccontato nell’articolo precedente.

Da quel restauro è nata una storia. Una storia per raccontare come quella macchina sia giunta prima in Brasile e poi in Italia dalla Germania, che è il suo paese di origine.

Dal Restauro alla Storia

La macchina da cucire

Mi sono basata sulla stima dell’epoca di produzione 1910-1930, e poi ho ricordato che mia madre aveva raccontato di aver avuto una macchina da cucire simile, quando viveva in Brasile negli anni ’70, in una delle case in affitto a Rio de Janeiro. Raccontava di una padrona di casa che non aveva mai incontrato, che era ebrea… e raccontava di una strana visita che ricevette un giorno quando era lì: alla porta si presentarono un giovane uomo ed una donna…

E così iniziai a ipotizzare che probabilmente quella macchina era giunta lì in Brasile a Rio assieme alla sua proprietaria, la signora ebrea, che probabilmente era fuggita dalla Germania quando erano iniziate le persecuzioni naziste, quando ancora era possibile lasciare il paese.

Iniziai a lavorare al racconto – all’epoca pensavo fosse un racconto – a maggio, in parallelo al restauro della macchina. Passavo dalla pulizia della macchina alla scrivania del computer, per scrivere. Vi erano giorni che non sapevo più da che parte lavorare. Se mi dedicavo alla pulizia e al restauro della macchina, mi ritrovavo con la testa piena di dialoghi: i personaggi premevano per dar voce alla loro storia. Non mi lasciavano in pace e più il tempo passava, più diventava urgente trascriverli e descrivere la loro vita a Berlino negli anni ’30. E del resto se invece lavoravo al racconto, c’era la macchina per cucire che mi fissava dal tavolo come a sollecitare il mio intervento…

Le Moire

Ma vi era un concetto che mi frullava per la testa nel frattempo: la rinascita che il restauro aveva realizzato. Gli esseri umani dopotutto hanno qualcosa in comune con il regno vegetale, attraversiamo più primavere, più estati e più inverni… più vite nella vita.

La struttura del romanzo

E allora ho immaginato di strutturare la storia in capitoli scanditi dalle tre Moire: Cloto, Lachesi e Atropos. La prima crea il filo della vita, la seconda lo misura, la terza lo recide. Ma questo non avviene una volta soltanto, avviene a ruota continua all’interno della stessa vita. Perciò i capitoli ripetono l’alternarsi delle tre Moire proprio per sottolineare la ciclicità di ciò che avviene nella vita di ciascuno, poiché tutti attraversiamo periodi che possono essere stati, dal nostro punto di vista, un cambiamento drammatico, una morte, e periodi che possono essere stati una rinascita.

L’ultimo capitolo volevo che fosse intitolato con Cloto: l’inizio coincide con la fine, poiché una fine sarà necessariamente l’inizio di qualcosa di nuovo. Perciò il titolo è diventato “Vite nella Vita”. Poiché come dicevo attraversiamo più volte la morte e la rinascita, persino durante la nostra esistenza terrena attuale.

Mi ritrovai a fare ricerche per capire come fosse la città di Berlino negli anni ’30, e a scoprire luoghi che nemmeno conoscevo, visitandoli virtualmente tramite le mappe on line. Nel frattempo le pagine delle loro vicende diventavano sempre più numerose, e le loro voci parlavano ininterrottamente in qualsiasi modo io fossi occupata. Tanto che la giornata era diventata una corsa al momento libero, quando avrei potuto finalmente mettermi seduta alla scrivania con il mio computer a scrivere.

Berlino

Riuscii a finire il restauro e a giugno mi dedicai alla storia. Non era più la semplice biografia della macchina da cucire. Era la storia di una ragazza ebrea, Esther, che faceva la sarta e che viveva a Berlino negli anni ’30. Attorno a lei prese forma una famiglia, ciascuno con il suo carattere e le sue idee: David, il fratello, Jakob e Rebecca i genitori… e poi un giovane tedesco Matthias.

Ciascuno di loro è in qualche modo una sfaccettatura di quel che posso essere o posso essere stata. Jakob soprattutto è quanto di più simile a quel che penso adesso che ho l’età che aveva lui nella storia. Lui probabilmente è il mio alter ego nella storia. E ovviamente le mie letture da giovane, quelle che mi hanno colpito traspaiono nelle parole dei personaggi. La paura di stare in gabbia fino a che l’abitudine ci faccia dimenticare di aver avuto dei sogni, o la capacità di non essere troppo rapidi nel giudicare una situazione e farsi guidare da dei valori più alti e più importanti del vantaggio immediato o persino degli ordini di qualcuno più in alto… Oppure poesie o dipinti che ho visto emergono in certe scene…

A parte le tre Moire a scandire i capitoli, non ho esattamente pensato alla struttura della storia, sapevo che dovevo far arrivare Esther in Brasile, ma come ciò si è realizzato è stato soprattutto determinato dai dialoghi. E questi dialoghi avvenivano quotidianamente nella mia mente, soprattutto quando non ero esattamente impegnata alla scrivania. A volte persino mentre dormivo, mi capitava di pensarli. Certe scene sono state immaginate totalmente e poi le ho descritte come potevo.

La Guerra

Mentre la vicenda si dipanava e gli eventi storici costringevano i personaggi a compiere delle scelte, diventava sempre più evidente il legame tra la guerra dei grandi e la guerra dentro ciascuno dei personaggi. La vicenda è dunque ambientata nella seconda guerra mondiale, che però non è esattamente il tema predominante, quanto piuttosto fa da sfondo alle vicende. La guerra è soprattutto interiore contro le proprie convinzioni o al contrario la presa di coscienza dei propri valori. Quelli che non si è disposti a barattare neanche se in gioco vi è la vita. Si può rimandare di guardarli, per sopravvivere, ma alla lunga fanno male dentro, come un dolore che era iniziato come un fastidio, e non curato, diventa una vera e propria malattia, che ci obbliga a vederla e prenderne coscienza.

Fino a che punto si può scorrere seguendo la corrente senza sacrificare la propria integrità? Fino a che punto si può ignorare il cuore di se stessi? Neppure fuggendo più in alto delle nuvole possiamo ingannare la storia che abbiamo intorno e chi siamo davvero.

Alcuni personaggi arrivano in Brasile, altri no. Sta di fatto che ciascuno cresce, evolve e deve superare prove che come uno scalpello toglieranno dolorosamente fino ad arrivare alla nuda essenza di queste anime. Il romanzo perciò è una storia d’amore, ma non solo, è una storia di crescita ed evoluzione spirituale ed una storia di verità con se stessi.

Rio de Janeiro

Ho dei ricordi del Brasile, poiché io stessa ci sono vissuta quando ero bambina, ma ero troppo piccola. Avevo cinque anni quando poi sono tornata in Italia, in tempo per iniziare la scuola qui. Ricordo alcune persone, non ricordo i paesaggi… Perciò anche per Rio de Janeiro mi sono dovuta affidare alle mappe on line e a foto e video che mi hanno fatto ricordare nomi che i miei genitori ripetevano spesso: Foresta da Tijuca, Dois Irmãos, Copacabana, Ipanema… tutti hanno preso una forma e mi sono ritrovata a saperli descrivere come se fossi lì. Sorprendentemente ho composto anche i testi per alcune canzoni, che poi tradotte in brasiliano ho fatto musicare da una intelligenza artificiale per alcuni momenti particolari nella storia… le trovate su SoundCloud. Dico “sorprendentemente” perché mai avevo pensato di scrivere canzoni, né tantomeno di farle immaginandole con la musica brasiliana…

Sono nati nuovi personaggi, e un personaggio in particolare inaspettato una Curandeira, una sciamana. O forse no: in effetti nelle storie che ho sempre amato c’era sempre lo stregone che dava un senso alle difficoltà da superare, e consentiva di capire che non siamo soli, mai.

Il grande Architetto

La dimensione spirituale entra nel racconto, ma ben lontano dal mettermi a ragionare sui culti della religione ebraica o cristiana, o afro-brasiliana, ho preso solo pochi concetti, quelli che reputo vitali e più facilmente comprensibili, per perseguire quel che forse io stessa ricerco: una riflessione che partendo dalla natura e dalle emozioni dell’uomo come essere sociale, mi faccia comprendere il senso della sofferenza e lo scopo della vita.
Le varie forme di divinità monoteistica o politeistica non sono altro, per me, che le categorie della mente umana, gli archetipi che guidano la psiche dell’uomo, come essere sociale. Non è tanto nelle liturgie delle varie religioni, che sono riuscita a trovare queste risposte, quanto piuttosto ripensando a posteriori, a certe situazioni in cui sono passata: doveva esserci qualcosa di superiore a guardarmi e a proteggermi, diversamente non sarei qui. E’ questa consapevolezza che mi fa comprendere il volto del Cristo Redentore del Corcovado a Rio. Le varie divinità, le Orixas del culto afro-brasiliano, sono anch’esse maschere di quell’Architetto, che attraversando la vita, non si può fare a meno di percepire.

In questo senso dunque ho trattato il tema religioso, senza parlare di ciò che non conosco, e basandomi sul mio personale punto di vista su cosa sia Dio. Non mi sono impelagata su temi e dogmi di nessuna religione.

Alla fine la storia ci costringe a riflettere su cosa crediamo veramente, e se siamo disposti a lasciare vecchie convinzioni, che risultano tossiche, per affrontare il mare aperto dell’ignoto, per trovare la spiaggia giusta dove i semi del nostro cuore possono infine metter radici e nutrirsi.

La storia ci fa anche riflettere sul rapporto che abbiamo con gli oggetti di cui ci circondiamo, e perché alcuni sembrano rivestire un fascino maggiore di altri.

La Foresta da Tijuca

Questa storia ha ispirato l’ultimo dei miei quadri: la Foresta della Tijuca.

Il quadro doveva finire con qualche stranezza, qualcosa che lasciasse un po’ sorpresi, qualcosa di totalmente inaspettato: la neve sugli alberi in alto, e i cigni in volo, come si vedono nei laghi d’inverno…

La mia storia è diventata quindi un romanzo, e adesso è pubblicato su Amazon sia in formato digitale sia in formato cartaceo.

Considerato da cosa è nato, lo ritengo un dono averlo pensato e scritto. Spero possa essere d’ispirazione per molti, a non accontentarsi mai, a non smettere di cercare e a “varcare le Colonne d’Ercole” che la vita ci mette davanti.

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